Notule

 

 

(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)

 

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 27 giugno 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: BREVI INFORMAZIONI]

 

Coscienza: scoperta una frequenza talamica distintiva della coscienza umana. Tobias Staudigl, Elisabeth Kaufmann, Aditya Chowdhury e colleghi, sfruttando la rara possibilità di registrare direttamente dal talamo umano, hanno rilevato un’oscillazione di 19-45 Hz specificamente connessa con uno stato funzionale cerebrale e mai distinta in precedenza.

Questa frequenza è presente esclusivamente durante la veglia e durante il sonno REM. Le oscillazioni 19-45 Hz consentono anche di distinguere microstati all’interno della fase REM. La frequenza connessa alla coscienza è specifica del talamo centrale, importante nel mediare le transizioni globali di stato funzionale del cervello.

La scoperta di questa oscillazione del talamo centrale, quale contrassegno specifico di processi associati alla coscienza umana, apre una nuova via agli studi sulle basi neurali della coscienza e del coma. [Cfr. Nature Human Behaviour – AOP doi: 10.1038/s41562-026-02446-z, 2026].

 

Malattia di Alzheimer: la glucosamina accelera la progressione e peggiora la sopravvivenza. L’iper-glicosilazione risulta essere un driver della patologia neurodegenerativa alzheimeriana: il knockdown genetico degli enzimi della biosintesi dei glicani migliora le prestazioni cognitive in modelli murini della malattia, mentre la glucosamina, largamente impiegata come integratore orale nel trattamento di patologie articolari associate alla senescenza, compromette le prestazioni cognitive. Uno studio condotto da Tara R. Hawkinson e numerosissimi colleghi coordinati da Ramon C. Sun ha dimostrato anche che i supplementi di glucosamina in pazienti alzheimeriani hanno accelerato la progressione e peggiorato la prognosi quoad vitam. [Cfr. Nature Metabolism – AOP doi: 10.1038/s42255-026-01538-4, 2026].

 

Identificati i circuiti mediatori dell’effetto anti-stress e consolatorio del piacere alimentare. È esperienza comune che la gente sottoposta a frustrazioni, dispiaceri e delusioni spesso tenda a reagire con piccoli comportamenti edonici, come mangiare cibi gustosi, cioccolato, dolci o fare altre esperienze sensoriali associate ad attivazione del sistema a ricompensa cerebrale (VTA-NAcc.). Tradizionalmente questo comportamento viene censurato dal medico, soprattutto nelle persone non più giovani, perché può indurre abitudini compulsive, poi difficili da abbandonare e, dunque, potenzialmente responsabili di alterazioni patologiche e disturbi da squilibrio alimentare. Ma gli psichiatri sanno che tali comportamenti sono assunti perché, in genere, producono effetto. In che modo mangiare qualcosa che ci piace riduce l’attivazione dei sistemi dello stress?

Yuchuan Hong e colleghi hanno identificato circuiti top-down che inibiscono l’attività di neuroni del nucleo paraventricolare dell’ipotalamo esprimenti CRF, ossia PVNCRF, che mitigano lo stress mediante neuroni Peri-PVNCRFR1. [Cfr. Advanced Science – AOP doi: 10.1002/advs.75604, 2026].

 

Connettoma Cerebrale “Pesato” sul Metabolismo: un nuovo strumento nello studio della malattia di Alzheimer. La distribuzione del consumo energetico fra le regioni cerebrali è notevolmente disuguale, e si è accertato che le aree attive nell’attenzione e nei processi di memoria e apprendimento costituiscono dei veri e propri hotspot metabolici di intensa attività neurale. Ma le analisi di connettività ignorano questa dimensione metabolica, considerando tutte le regioni funzionalmente equivalenti. Mahnaz Ashrafi, Laura Fraticelli, Gabriel Castrillon e Valentin Riedl, per superare questo limite hanno messo a punto un sistema di analisi concepito come metabolism-weighted connectome (MwC), ossia un metodo che mappa la connettività cerebrale pesandola in rapporto alla spesa energetica di ciascuna regione cerebrale. Usando scansioni simultanee di Tomografia ad Emissione di Positroni (PET) e Immagini in Risonanza Magnetica Nucleare (MRI) in volontari sani, i ricercatori hanno accertato che le aree energeticamente più attive ospitano le reti della cognizione complessa, presentano segni molecolari distintivi di attività sinaptica intensa e sono notevolmente più vulnerabili alla malattia di Alzheimer.

Gli autori dello studio sostengono che le evidenze da loro prodotte stabiliscono un principio unificante: le regioni essenziali per la cognizione sopportano un maggior peso metabolico e questo costo si traduce in suscettibilità alla neurodegenerazione. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2531706123, 2026].

 

Genetica della Schizofrenia: identificati 641 nuovi alleli di rischio per lo sviluppo della psicosi. Giulio Pergola, Fabiana Rossi e numerosissimi colleghi hanno dimostrato che, rispetto alla procedura ordinaria di ricerca di varianti genetiche associate a fenotipi ereditabili complessi, incorporare gli effetti regolatori distali (trans) migliora la previsione dell’espressione genica e l’identificazione di geni associati a malattia. Usando dati di sequenziamento RNA da 6 regioni di cervelli umani post-mortem, i ricercatori hanno sviluppato due modelli, INGENE e MODULE, che catturano l’influenza combinata di candidate varianti trans-acting all’interno di reti di co-espressione genica. Integrando questi modelli con i convenzionali predittori cis-basati migliorava l’attribuzione di espressione genica per 18.744 geni in tutte le regioni.

Impiegando questa procedura hanno identificato 766 geni associati a schizofrenia di cui 641 mai riportati in alcuna analisi genetica precedente. [Cfr. Nature Genetics – AOP doi: 10.1038/s41588-026-02646-3, 2026].

 

Un fatto sorprendente dimostra l’importanza di sapere “come la pensano gli uccelli”. In Giappone, tanti alberi piantati per proteggere dall’azione distruttiva dei venti dei terreni agricoli, erano considerati uno straordinario presidio ecologico a supporto della biodiversità, e in grado di offrire rifugio e consentire la nidificazione a molte specie di uccelli. Come riporta l’Hiroshima University, un team di ricercatori che sta studiando le specie che popolano gli ambienti naturali della costa occidentale del Giappone centrale ha registrato dei dati preoccupanti per numerose specie aviarie. Solo poche specie di uccelli hanno beneficiato degli alberi come rifugio, mentre le numerose specie di prateria e dei terreni umidi prossimi a corsi d’acqua, laghi, stagni, terreni acquitrinosi hanno avuto uno spaventoso crollo. Il numero degli uccelli appartenenti a specie convenzionalmente definite di prateria è drasticamente calato di oltre il 70%. In altri termini, oggi c’è meno del 30% degli uccelli che vivevano in quelle terre prima che si piantassero gli alberi.

Si tratta di specie che hanno bisogno di grandi spazi aperti e sono adattate al regime di lunghi voli quotidiani; con ogni probabilità, trovando il loro spazio vitale coperto da alberi, hanno dovuto drasticamente cambiare le abitudini di vita, non riuscendo a trovare lo stile comportamentale necessario per la sopravvivenza. [Fonte: Hiroshima University, 22 giugno 2026].

 

Il rarissimo piccolo polpo blu delle Galapagos è stato classificato come nuova specie. La scoperta del minuscolo “polpo blu”, grazioso e piccino che sta nel palmo di una mano, ci interroga sulle sue risorse cognitive: sono quelle note e per certi versi straordinarie del genere Octopus o sono più limitate?

Il primo avvistamento a circa 5800 piedi di profondità sul fondo dell’oceano al largo delle Isole Galapagos, ad opera di ricercatori dell’EV Nautilus, avvenne nel 2015, ma solo ora si è giunti alla sua definizione come nuova specie, battezzata Microeledone galapagensis, secondo quanto riportato nell’articolo di recente pubblicato su Zootaxa.

La difficoltà estrema per reperire anche un solo esemplare e i costi astronomici delle spedizioni navali, hanno indotto i ricercatori a realizzare, grazie a migliaia di scansioni di Micro-TC, un modello computerizzato tridimensionale su cui si è studiato in tutto questo tempo. Ma, per sapere qualcosa di più sul suo comportamento, si dovrebbe videoregistrare la sua vita nell’abisso oceanico. [Fonte: Charles Darwin Foundation & Sara Hashemi Smithsonian, June 2026].

 

Il cavallo ha uno speciale legame col suo cavaliere ma i suoi sentimenti sono diversi da quelli umani. Uno studio condotto da Kovacs e colleghi su 30 coppie di cavalli-cavalieri ha consentito di ottenere chiare evidenze di specifiche caratteristiche equine nel costituirsi di un legame col fantino. I cavalli, liberi di agire, approcciavano più sollecitamente il loro cavaliere e trascorrevano molto più tempo con lui in tanti diversi contesti. Il loro volgere lo sguardo era influenzato più dal grado e livello di interazione umana, che dalla familiarità con una persona. Il sesso del cavaliere non aveva alcuna influenza sul comportamento sociale e sulle reazioni da stress dell’equino. L’osservazione ha mostrato che i cavalli formano specifici legami con i propri cavalieri, espressi in vari comportamenti sociali e in perfetta coerenza con la “teoria dell’attaccamento”, ma il loro modo di integrare le componenti socio-emozionali nel rapporto rimane distante da quello che caratterizza i sentimenti umani. [Cfr. Journal of Equine Veterinary Science – AOP doi: 10.1016/j.jevs.2026.105853, 2026]

 

Una scoperta su neonati tetrapodi fossili di 380 milioni di anni contraddice una nozione accademica. L’origine dal mare di tutti i vertebrati che popolano la terra, dai rettili e gli uccelli fino ai mammiferi, secondo una consolidata nozione accademica sull’evoluzione animale, avrebbe comportato il passaggio obbligatorio attraverso specie caratterizzate, come gli anfibi moderni, da una transizione larvale allo stato adulto attraverso una metamorfosi, simile a quella che porta i girini a diventare rane. Lo studio di fossili di neonati appena usciti dall’uovo, di specie tetrapode ancestrali di circa 380-360 milioni di anni fa, ha dimostrato che questi piccoli non presentano alcuna struttura biologica di quelle che vanno incontro a cambiamento metamorfico e appaiono già simili agli adulti. Pardo e colleghi hanno esaminato molti fossili di stem tetrapods provenienti da Mazon Creek Lagerstatte senza rilevare alcun segno di cambiamento morfologico larvale. [Cfr. Science 392 (6804): 1292-1296, 2026].

 

Il sistema nervoso può emettere segnali sonori/vocali che modificano l’espressione genica di chi li sente? La pubblicazione due settimane fa della scoperta che un particolare richiamo emesso da un uccello può modificare l’espressione genica nell’ipotalamo dei suoi figli, ha suscitato un’interessante discussione sui meccanismi molecolari mediatori di un tale effetto e, soprattutto, ha sollevato questo interrogativo: per quali circostanze e a quali specie è limitata questa possibilità di modulazione adattativa? La nostra società scientifica sarebbe interessata a partecipare allo sviluppo di un progetto di ricerca in questo ambito. Intanto, rivediamo gli aspetti essenziali della “Notula” pubblicata il 13 giugno 2026: Un “richiamo da caldo” del Diamantino modifica l’espressione genica nell’ipotalamo. Il Diamantino australiano (Taeniopigia guttata), fra gli uccellini esotici che più spesso si vedono nelle voliere e si riconoscono per il becco arancione, la macchia di tinta calda sulla guancia, la banda a pallini bianchi che spunta di sotto l’ala e, soprattutto, per il continuo festoso suono vocale da trombetta, ha un richiamo specifico che segnala il caldo della temperatura atmosferica. Prakrit Subba, Mylene Mariette, Julia George e colleghi hanno scoperto che la percezione da parte dei piccoli fin da prima della schiusa delle uova di questo “richiamo da caldo” agisce sull’ipotalamo, riducendo l’espressione di alcuni geni associati a vasocostrizione e vasodilatazione, così da migliorare la capacità del cervello di raffreddarsi e resistere alle alte temperature. (Cfr. P. Subba et al. Journal of Experimental Biology – AOP doi: 10.1242/jeb.252287, June 11, 2026).

L’aspetto strabiliante è come un segnale acustico possa codificare ciò che il caldo rappresenta per la biologia dell’organismo e attivare proprio quei geni necessari a conferire un assetto di resistenza della fisiologia ai potenziali effetti negativi delle alte temperature. Una prima flebile traccia del percorso di ricerca da compiere può essere rappresentata dalla via afferente all’ipotalamo, dove i neuroni cambiano l’espressione genica e l’assetto funzionale regolando l’attività vasomotoria periferica. [BM&L-Italia, giugno-settembre 2026].

 

Storia della scoperta della trasmissione sinaptica. Nona e Ultima Parte – Il lungo cammino termina con un colpo di scena. Nonostante la scoperta che l’impulso nervoso fa contrarre il muscolo grazie all’azione dell’ACh rilasciata nella giunzione neuromuscolare e la precisa definizione dell’ACh quale primo neurotrasmettitore caratterizzato in ogni aspetto e fase della mediazione chimica, rimanevano molti irriducibili paladini della trasmissione elettrica. Fra questi Sir John Eccles, oggi riconosciuto padre fondatore della sinaptologia insignito del Premio Nobel nel 1963 per la scoperta dei meccanismi ionici della trasmissione sinaptica, redigeva periodicamente rassegne esaustive degli studi più recenti sulla propagazione dell’impulso nervoso, in cui non mancava di sottolineare le evidenze a sostegno delle “sinapsi elettriche” che, pur costituendo in realtà un’esigua minoranza, oggi sappiamo esistere realmente.

Pur essendo nato a Melbourne, provenendo da una famiglia inglese ed essendo diventato presto oxoniano, era di cultura europea: fin da giovanissimo interessato a problemi filosofici e teologici, aveva coltivato la passione letteraria accanto a quella scientifica. Da ragazzo ammirava Charles Sherrington per le sue straordinarie scoperte di fisiologia del sistema nervoso, e formulò presto il progetto di diventarne allievo, sperando di poter studiare con lui il cervello quale sede biologica della mente, considerata da Eccles la parte accessibile dell’anima. Come si legge nei suoi scritti autobiografici, la sensibilità alla fede religiosa di Sherrington ne faceva ai suoi occhi una personalità di alta statura morale e culturale, in quel mondo pervaso da un ateismo positivista spesso materialisticamente superficiale. Leggiamo le parole di Eccles: “Dopo alcuni mesi trascorsi come medico pratico, partii per Oxford, e giunsi al Magdalen College nell’ottobre 1925, per studiare sotto la guida di Sir Charles Sherrington, il solo uomo al mondo che io abbia desiderato avere come maestro”[1].

Questi dati biografici, accanto all’assoluto rigore con cui effettuava gli esperimenti e al suo perfezionamento degli elettrodi per lo studio delle correnti di membrana neuronica, gli conferivano grande autorevolezza, nonostante la giovane età. Si comprende, dunque, che anche convinti assertori della neurotrasmissione colinergica e adrenergica, dopo aver letto le sue rassegne potessero nutrire qualche dubbio. Negli Stati Uniti, intanto, si era formato un movimento d’opinione a favore della trasmissione elettrica nel sistema nervoso centrale, portato avanti da un gruppo di elettrofisiologi che Ralph Gerard definì “assonologisti”.

Nel 1939 si tenne un Simposio sulle Sinapsi, in cui questi assonologisti spiegavano che l’evento biofisico che consente il passaggio della corrente dal terminale presinaptico alla membrana post-sinaptica non è in nulla diverso dal ciclo di corrente ionica che consente il progresso da un segmento assonico al successivo, nella propagazione dell’impulso lungo l’assone. Impressionarono l’uditorio presentando l’immagine del modello del circuito locale di conduzione dell’impulso nervoso realizzato da Alan Hodgkin, che poi sarà insignito del Nobel con Eccles.

Oggi ci sembra piuttosto strano che, permanendo la controversia tra sostenitori del flusso continuo da una cellula all’altra e assertori della necessità di un evento di mediazione chimica, nessuno si fosse posto queste due domande: 1) La corrente del terminale assonico è quantitativamente sufficiente ad eccitare la membrana post-sinaptica? 2) Esiste uno stato ionico adatto a ricevere la trasmissione della corrente o lo stato di riposo comune a tutte le membrane è sufficiente alla membrana post-sinaptica per eccitarsi all’arrivo dell’impulso?

Quando furono formulate queste due domande e si cercò di dar loro una risposta sperimentale, si fecero due scoperte decisive per il progresso delle conoscenze.

Il primo tentativo di stimare quantitativamente la corrente che percorre i neuriti fu posto in essere nel 1940 con la realizzazione di efapsi artificiali. Oggi si studia l’accoppiamento efaptico naturale, che consiste nell’influenza elettrica reciproca tra assoni che scorrono in stretta vicinanza, per effetto di campi elettrici extracellulari, generati dall’attivazione di ciascun neurite e capaci di agire a feedback sui potenziali transmembrana[2]. Le efapsi create in laboratorio, accostando due assoni, inizialmente dimostrarono una piena corrispondenza tra gli effetti previsti dalla teoria del circuito locale di Alan Hodgkin e la conduzione efaptica. Ma Katz e Schmitt osservarono che, in quegli esperimenti con le efapsi, la corrente trasmessa dalla fibra attiva a quella associata produceva un’immagine a specchio di sé stessa, non riproducendo la realtà della giunzione sinaptica e, soprattutto, la misura dimostrava che quella corrente non superava mai il 20% della soglia necessaria per avviare il potenziale d’azione.

Gli esperimenti di Katz e Schmitt indussero Sir John Eccles a formulare una nuova ipotesi, ossia che la membrana post-sinaptica fosse dotata della “speciale proprietà della elettrorecezione”.

Dunque, la risposta alla prima domanda è un bel “no”. Cioè la corrente che arriva al terminale assonico non è sufficiente a propagarsi attraverso la giunzione neuromuscolare o tra neuroni. La risposta alla seconda domanda fu data dalla scoperta del potenziale sinaptico.

Nel 1938 Göpfert e Schaefer scoprirono che il potenziale d’azione nell’assone motorio non determina il diretto avvio di un potenziale d’azione nella cellula muscolare post-giunzionale; questa scoperta fu confermata l’anno dopo da Eccles e O’Connor. Si determina prima una depolarizzazione locale, chiamata in inglese end-plate potential (EPP), che agisce come un potenziale elettrotonico prodotto da una corrente sotto-soglia, secondo quanto deducono Eccles e colleghi nel 1941. Da qui in avanti si susseguono numerosi studi che indicano collettivamente i fenomeni di depolarizzazione locale come potenziali sinaptici, e stabiliscono dei principi, poi condivisi da tutti i ricercatori verso la fine degli anni Quaranta: 1) i potenziali sinaptici si verificano in tutti i siti di trasmissione sinaptica; 2) forniscono un essenziale collegamento tra il potenziale d’azione del terminale presinaptico e la cellula post-sinaptica; 3) i potenziali sinaptici si distinguono dal potenziale d’azione, in quanto sono lenti, di ridotta portata e graduali: l’opposto di un fenomeno “tutto o nulla”.

È interessante notare che, a questo punto degli studi, Kuffler riprese la celebre questione del ritardo neuromuscolare o ritardo sinaptico rilevato da Sherrington e provvide ad effettuare misure con le tecniche di cui disponeva, inducendo anche Eccles e colleghi a verificare l’entità del ritardo come elemento a sostegno della neurotrasmissione chimica.

A questo punto si verifica un colpo di scena degno delle migliori tradizioni teatrali: Eccles, l’irriducibile sostenitore della trasmissione esclusivamente elettrica fa la sensazionale scoperta delle sinapsi inibitorie, ossia sinapsi che esistono non per essere attraversate da una corrente elettrica, ma perché un mediatore chimico di un neurone inibitorio spenga l’attività elettrica di un neurone eccitatorio. Eccles capisce di colpo che le sinapsi costituiscono proprio la struttura specializzata per il rilascio di una molecola che veicola un messaggio di eccitazione o inibizione, e si converte istantaneamente alla tesi della neurotrasmissione chimica come elemento comune a tutte le sinapsi del sistema nervoso, cervello incluso. Henry Dale lo commenta così nel 1954, nel suo racconto dell’epopea della scoperta della trasmissione sinaptica: “Una notevole conversione infatti! Che rammenta, quasi inevitabilmente, quella di Paolo sulla via di Damasco, quando splendette una luce improvvisa e il velo gli cadde dagli occhi”[3].

Negli anni seguenti le scoperte di succedono e si sovrappongono a ritmo febbrile e, all’acetilcolina e alla noradrenalina, si affiancano i neurotrasmettitori inibitori GABA e glicina, e poi gli eccitatori dopamina, serotonina, glutammato e i neuropeptidi. Con la scoperta dei primi recettori e dei meccanismi d’azione si entra nell’epoca contemporanea dello studio della trasmissione sinaptica. [BM&L-Italia, giugno-settembre 2026].

 

Notule

BM&L-27 giugno 2026

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[1] Sir John C. Eccles, My Scientific Odyssey, Annual Review of Physiology 39: 1-18, 1977.

[2] Si veda in Note e Notizie 22-01-11 Accoppiamento efaptico dei neuroni corticali.

[3] Henry Dale, cit. in Synapses (Cowan, Südhof, Stevens, eds), p. 37, Johns Hopkins University Press, Baltimore, Maryland 2003.